Superbike

Jonathan Rea, intervista a un campione eccezionale dalla vita normale

di Cristina Marinoni -

I quattro Mondiali di fila, l'autobiografia, i progetti e la famiglia: il pilota dei record si racconta

Nemmeno il regolamento nuovo, la riduzione di 1.100 giri al minuto del motore architettata apposta per mettergli i bastoni tra le ruote, ha evitato che Jonathan Rea dominasse il campionato.

A fine settembre a Magny Cours, terzultimo round della stagione, il cannibale nordirlandese del Kawasaki Racing Team ha conquistato il quarto Mondiale consecutivo delle derivate. Grazie a 16 gare vinte su 24, in sella alla ZX-10RR il fenomeno nato a Larne nel 1987 ha allungato la serie di record (tra cui 60 primi posti, uno in più del “Re” Carl Fogarty), che potrebbero aumentare questo weekend in Qatar, tappa conclusiva della stagione.

“Sognavo di diventare campione del mondo, ma non avrei mai immaginato di riuscirci quattro volte. Quando papà in Francia mi ha raggiunto sul podio per ricevere il premio della squadra, mi sono tornati in mente i viaggi per partecipare alle gare di motocross e su pista, accompagnato dai miei genitori. Ricordi bellissimi che ho raccontato nell’autobiografia (‘Dream. Believe. Achieve, My Autobiography’; la traduzione italiana al momento non è prevista, ndr) appena uscita” spiega il rider della Ninja.

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Superbike, Jonathan Rea vince il titolo 2017

Sul podio in gara 1 ci finiscono Melandri e Sykes

È più difficile pubblicare un libro o vincere un Mondiale?

“Vincere il campionato della WorldSBK, non c’è paragone: chiunque può trasferire su carta le proprie esperienze, mentre conquistare un titolo è un privilegio per pochi.

Tra l’altro, mi è piaciuto molto scrivere e non è stato difficile: a scuola prendevo sempre 9 o 10 in inglese. Però l’autobiografia era un lavoro un po’ troppo complicato da fare da solo e ho chiesto aiuto a un amico: Steve Booth, giornalista di motociclismo e addetto stampa del team Honda negli anni in cui facevo parte della scuderia”.

A proposito del periodo in Honda: nel 2013 e nel 2014 aveva diviso il box con Leon Haslam, suo compagno di squadra l’anno prossimo al posto di Tom Sykes.

“Spero che in pista lotteremo senza risparmiarci: amo le sfide e voglio in squadra il rider migliore. Terminata la gara, però, cerco sempre di instaurare buoni rapporti con tutti i piloti: alla base dovrebbero esserci fiducia, rispetto, stima, e scommeto che io e Leon raduneremo le nostre famiglie, com’è capitato tante volte in passato”.

Era il favorito ancora prima che la stagione iniziasse: non ha pensato di aspettare qualche mese a raccontare la sua vita, con il quarto titolo in aggiunta?

“No, il progetto ha preso forma alla fine del 2017 non a caso. L’impulso è arrivato da due grandi soddisfazioni: il terzo titolo di fila con record annesso e l’onorificenza di Membro dell’Ordine dell’Impero britannico (MBE, ndr).

A consegnarmi la medaglia è stato il principe William: sapevo che è appassionato di moto, ne possiede alcune e segue le gare, infatti era preparatissimo sull’argomento”.

Il complimento più bello che ha ricevuto per il libro?

“Quello di una ragazza: si era infortunata seriamente a cavallo e ha ripreso a saltare dopo aver letto che anche a me era successo un incidente grave.

A 17 anni ho rischiato di chiudere con le due ruote perché mi ero distrutto il femore in circuito. Non mi sono arreso e ho avuto la meglio: la mia determinazione le è stata di ispirazione”.

Ha già festeggiato la quarta, storica vittoria?

“Non come si deve: sto organizzando per dicembre, così il Natale sarà ancora più speciale. Ci siamo trasferiti da poco in Irlanda del Nord dall’Isola di Man, dove abitavo da anni, e sarà bellissimo condividere la gioia con i miei genitori, i parenti e i vecchi amici”.

Un ritorno alle origini.

“Esatto: io e mia moglie Tatia siamo arrivati alla conclusione che i nostri bambini trascorrano più tempo possibile con i nonni e le altre persone care: conoscere le proprie radici e circondarsi degli affetti è fondamentale durante la crescita.

Ecco perché d’inverno trascorriamo diverse settimane a Phillip Island: Tatia è originaria dell’isola e abbiamo comprato casa lì, non lontano dalla sua famiglia”.

È vero che i suoi figli vanno già in moto?

“Sì, ma non li ho spinti io a provare e facciamo qualche giro solo se me lo chiedono loro: la moto è un gioco. Jake, di 5 anni, ne usa una elettrica, è bravo, meticoloso, e vuole essere come me: sale sul gradino più alto del motorhome e mette in scena la premiazione. Tyler, che ha 3 anni, è veloce, più spericolato del fratello e non mi imita.

Se volessero seguire le sue orme?

“Non transigo: dovranno essere sicuri della scelta e impegnarsi con la massima serietà. So quanti sacrifici comporta questo mestiere, le spese sono enormi e serve una dedizione totale. Dovranno convincermi, insomma, anche perché l’idea di girare i paddock per altri 10 anni non mi esalta”.

Vero. Nell’intervista dell’anno scorso aveva dichiarato di ritirarsi prima di compiere 40 anni. Forse ha bisogno di nuovi stimoli per riaccendere l’entusiasmo?

“Il motivo è che punto a lasciare all’apice. La motivazione non manca: nel 2018 sono cambiate le regole, nel 2019 sarà introdotta la terza gara di domenica mattina, per esempio. E, cosa più importante, mi diverto sempre tantissimo.

Dopo il round di Imola ho ricevuto un’offerta da un team della MotoGP, ma non era interessante. E poi le derivate sono l’ambiente perfetto per me: i ritmi sono umani, al contrario della classe regina.

I 19 Gran Premi dei prototipi ti assorbono completamente, la pressione è altissima e devi concentrarti solo su te stesso, tutto il resto non conta. No, grazie, perché dovrei complicarmi l’esistenza? Quando tolgo la tuta, il pilota lascia il posto all’uomo e finalmente mi dedico alla vita normale”.