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Stop diesel e benzina: come reagisce l’industria dell’automotive

L'Unione Europea ha deciso che a partire dal 2035 le Case automobilistiche non potranno più produrre veicoli a benzina e diesel: la risposta del settore

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Dell’addio alle vetture diesel e benzina si parla ormai da tempo, l’Unione Europea ha deciso che lo stop alle immatricolazioni delle vetture con motori endotermici dovrà avvenire a partire dal 2035. Una decisione che chiaramente ha mosso pareri a favore e non, lamentele e problematiche sollevate sia dalle stesse imprese che dai sindacati e dalle associazioni. Si teme di arrivare impreparati a quella data, senza essere pronti con tutto quel che serve per una consapevole transizione energetica, verso una circolazione e una mobilità totalmente sostenibili. La paura è anche quella di dover rinunciare ad un settore molto importante per il made in Italy e l’industria del Bel Paese, ovvero quello del powertrain endotermico, che negli anni ha contribuito a tenere sempre alta l’economia nazionale.

La scelta del Governo

Secondo quanto dichiarato ed ammesso da alcune fonti molto vicine al Mise, la scelta presa è ovviamente frutto di studi ponderati ed è stata condivisa anche con i Ministri dei Trasporti degli altri Paesi dell’UE. Il timore del leader di Confindustria Carlo Bonomi è anche che molte imprese del settore automotive inizino a pensare alla delocalizzazione, per questo motivo il manager condanna “il modo di fare politica sulla transizione energetica”, ritenendolo sbagliato, “perché mette a rischio centinaia di posti di lavoro”.

Il parere delle associazioni di settore

Anfia, l’associazione della filiera dell’industria automobilistica, è stata la prima a pubblicare una nota per far sapere cosa ne pensa a riguardo, dichiarando: “Decine di migliaia di lavoratori rischiano il posto a causa di un’accelerazione troppo spinta verso l’elettrificazione. La decisione non è coerente con posizioni espresse, poche ore prima, da autorevoli esponenti del governo”. L’associazione è molto preoccupata, il timore è infatti che l’Italia sia messa in una condizione di rischio e possa quindi perdere un altissimo numero di posti di lavoro, addirittura 73.000 circa, secondo le previsioni, fino al 2040. Il motivo? Certamente la produzione di auto elettriche ha bisogno di almeno il 30% di forza lavoro in meno. E anche se l’Italia dovesse riuscire a mantenere le stesse quote di mercato, che negli ultimi anni già si sono ridotte, sarebbe necessario far fronte comunque a importanti esuberi.

E questi sono quindi i motivi per cui Anfia chiede al Governo un piano di politica industriale che possa guidare l’Italia in una transizione produttiva nella mobilità sostenibile, come è già stato fatto dai Governi di altri Paesi come sostiene appunto l’associazione stessa. I sindacati non sono da meno, il leader della Fim Cisl Roberto Benaglia ha dichiarato infatti: “Siamo di fronte a un paradosso: grazie al Pnrr abbiamo le risorse per gestire la transizione ma ci manca una politica industriale”.

Di tutta risposta Stellantis dichiara: “Tra fine febbraio e marzo il CEO Carlos Tavares presenterà il piano industriale del Gruppo. Ci aspettiamo che il Governo non ne venga a conoscenza dai giornali. E il sindacato non sia messo davanti al fatto compiuto. Stellantis ha un importante ruolo di capofiliera, deve essere in campo. Per cominciare, una missione industriale sia assegnata a tutti i siti. Se l’Italia è in ritardo nella transizione dell’automotive la colpa è della politica”.

Lo stop delle auto diesel e benzina nel 2035, secondo quanto dichiarato dal viceministro dello Sviluppo Economico con delega all’automotive Gilberto Pichetto Fratin: “È un passaggio necessario”, e questo è vero. Però resta importante chiaramente garantire la sostenibilità economica e sociale. Ed è il motivo per cui, sempre secondo Fratin, la legge di Bilancio prevede un fondo di 150 milioni, a partire dal 2022, dedicati al settore, per la riconversione”.

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