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Suzuki Jimny: così migliora un best-seller

di Alessandro Pasi -

Dopo quasi 50 anni il modello storico di Hamamatsu ritorna sulla cresta dell'onda

Suzuki Jimny, reinterpretare un classico. Potrebbe essere il titolo di un saggio di design industriale o di una case history di successo, il modo in cui i giapponesi hanno preso un modello storico ma ormai superato e ne hanno ricavato un fenomeno di vendite, 49 anni dopo.

Ovvio, si sta parlando comunque di una vettura di nicchia – un fuoristrada autentico nell’ingombro di una citycar (3,65 metri di lunghezza, 1,65 di larghezza e 1,72 di altezza) – quindi le vendite non potranno mai essere di massa, però basta guardarsi attorno per capire che la Jimny piace, e molto, anche a chi presumibilmente ha nella rampa del box l’ostacolo più grande da superare.

Suzuki Jimny: un’auto, una filosofia

Vale dunque la pena ripercorrere, anche se solo brevemente, la storia della Jimny. Prima, però, è doveroso dare atto a Suzuki di aver tenuto fede alle tradizioni con caparbietà tutta giapponese. Laddove altre Case avrebbero ripescato il nome, magari qualche elemento di design (la forma di un faro, per esempio), ma avrebbero virato su un crossover a due ruote motrici, con gli inserti nell’abitacolo in tinta con la carrozzeria e lo spoiler da granturismo, Suzuki ha riproposto la stessa formula del 1970, con gli standard qualitativi e di sicurezza di oggi.

Pensate, 50 anni fa il motore aveva una cilindrata che oggi andrebbe stretta a una moto (359 cc), i cilindri erano due e il raffreddamento era ad aria, per 21 CV di potenza. Si capisce che le prestazioni erano modeste, nonostante il peso estremamente contenuto (620 kg circa) del mezzo. Tutto nacque dalla voglia dei giapponesi, una volta conclusa la Seconda Guerra Mondiale, di provare a replicare il fenomeno dei fuoristrada americani ed europei (come ad esempio il Jeep Willys e il Land Rover) ma a modo loro: in scala ridotta.

Così uguale, così diversa

Reinterpretare, dunque. Quando hai per le mani un pezzo di storia come la Suzuki Jimny è un attimo farsi prendere dalla “sindrome del braccino”, dalla paura di osare e, alla fine, giungere a un risultato per nulla soddisfacente. Non è questo il caso del team di lavoro che ha definito la 4×4 nipponica nata nel 2018: da qualunque parte la si guardi si percepisce immediatamente che è una Jimny, anche se volumi e proporzioni sono stati completamente stravolti.

I dati tecnici
Le prestazioni
Potenza102 CV
Autonomia teorica 588 km
Velocità massima 145 km/h
Cilindrata 1.462 cm3
I consumi
Ciclo combinato6,8 l/100 km
Emissioni di CO2154 g/km

Una Jimny più unica che rara

A rendere speciale la nuova Suzuki Jimny è il fatto che di concorrenti dirette non ne ha: le sole tre auto al mondo caratterizzate dalla stessa filosofia sono la Jeep Wrangler, la Land Rover Defender (presto vedremo la nuova generazione) e la Mercedes Classe G. Tutte, però, decisamente più grandi e costose.

A proposito: il listino parte dai 22.900 euro necessari per acquistare la versione dotata di cambio manuale e sale ai 24.400 euro della variante con trasmissione automatica a quattro rapporti (convertitore di coppia). La trazione è rigorosamente integrale (posteriore + anteriore inseribile) è l’unico motore disponibile è un 1.500 quattro cilindri aspirato a benzina da 102 CV.

Il bagagliaio? In configurazione quattro posti offre 85 litri di capacità, non moltissimi a dire la verità; abbattendo gli schienali del sedile posteriore si arriva a 830. Quanto alle prestazioni, la velocità massima è pari a 145 km/h, 140 per la variante automatica.

Ma non è certo con i numeri che ti conquista una macchina come la Suzuki Jimny. La sua forza è la linea, così diversa dalla “solita noia”, che varrebbe la pena valorizzare con colori vivaci come ad esempio il Giallo Kinetic. Ma qui siamo nel campo dei gusti personali.

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