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Honda, la storia in F1

di Marco Coletto -

La storia delle otto stagioni in F1 affrontate dalla Honda come costruttore: poche soddisfazioni e tanti rimpianti

Dr. Jekyll e Mr. Hyde: così si può riassumere la storia della Honda in F1. La Casa giapponese ha dominato il Circus come motorista regalando a Williams e McLaren undici Mondiali (cinque Piloti e sei Costruttori) tra il 1986 e il 1991 ma non è stata altrettanto vincente quando ha provato a cimentarsi come team.

Di seguito troverete la storia delle otto stagioni affrontate dalla Honda in F1 come costruttore: poche soddisfazioni e tanti rimpianti.

La storia della Honda in F1

Honda entra in F1 nel 1964, solo un anno dopo aver lanciato la sua prima automobile di serie. L’unica monoposto schierata – dotata di un motore 1.5 V12 – viene affidata allo statunitense Ronnie Bucknum e ottiene come miglior piazzamento stagionale un 13° posto nella gara d’esordio in Germania.

La prima vittoria

Nel 1965 arrivano le prime soddisfazioni per la squadra giapponese: il nuovo pilota Richie Ginther (di nuovo uno statunitense) porta al team nipponico i primi punti con un 6° posto in Belgio e addirittura il primo successo di sempre nel Circus di una Casa asiatica (in Messico).

Arrivano i 3.0

Le modifiche al regolamento introdotte a partire dal Mondiale F1 1966 permettono ai team di schierare monoposto con motori di massimo tre litri di cilindrata (fino al 1965 il limite era di 1,5 litri). La Honda entra solo nella settima gara stagionale con una vettura dotata di un propulsore 3.0 V12 e ottiene come miglior piazzamento un quarto posto in Messico con Ginther.

La situazione migliora nel 1967 con l’ingaggio di John Surtees: il pilota britannico (campione del mondo tre anni prima dopo aver dominato con le moto tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60) sorprende tutti con un terzo posto al debutto in Sudafrica e sale sul gradino più alto del podio in Italia.

1968: il primo addio

Nel 1968 la Honda ottiene grazie a Surtees un secondo posto in Francia e un terzo negli USA ma a fine stagione abbandona la F1 in seguito alla morte del pilota francese Jo Schlesser, scomparso nella gara di casa al volante della nuova monoposto RA302 (motore 3.0 V8 raffreddato ad aria e scocca in magnesio iperleggera ma anche estremamente infiammabile) a causa di un incendio.

Il ritorno

Dopo la brillante esperienza come motorista negli anni ’80 e ’90 (undici Mondiali, come abbiamo visto, tra il 1986 e il 1992) e all’inizio del XXI secolo Honda torna ufficialmente come costruttore in F1 nel 2006 con l’acquisto della scuderia BAR.

La monoposto – dotata di un motore 2.4 V8 e affidata al britannico Jenson Button (vittoria in Ungheria e due terzi posti in Malesia e in Brasile) e al brasiliano Rubens Barrichello – regala la migliore stagione di sempre alla scuderia asiatica.

Il declino

Il 2007 non è altrettanto convincente: l’addio dello sponsor principale British American Tobacco toglie risorse finanziarie importanti alla scuderia giapponese, costretta a schierare una vettura poco performante (caratterizzata da una livrea “ecologista” che raffigura il pianeta Terra) che ottiene come miglior piazzamento un 5° posto con Button in Cina. Il team del Sol Levante termina il campionato con soli due punti di vantaggio sulla squadra “satellite” Super Aguri.

L’ultimo addio

Nel 2008 la Honda continua a deludere: l’unica gioia arriva dal terzo posto di Barrichello in Gran Bretagna. Al termine della stagione – per via della crisi economica – la Casa giapponese abbandona la F1 e cede il team a Ross Brawn (artefice dei successi iridati di Michael Schumacher con la Benetton e la Ferrari).

La scuderia cambia nome in Brawn GP e si aggiudica a sorpresa il Mondiale 2009 grazie a una monoposto sviluppata l’anno prima da tecnici del marchio nipponico e adattata per ospitare motori Mercedes. Ma questa è un’altra storia…